La finanza e la politica
07/09/2026
Ho idee sul tema di cosa fare nell’attuale politica italiana ancora vaghe e difficili da ordinare ed esprimere; quindi, ovviamente, le mie osservazioni e posizioni possono essere semplicistiche e non sufficientemente motivate. Me ne scuso in anticipo, ma provo comunque ad esporvele.
Secondo me, dare risposte parziali e frammentate ai numerosi problemi che il Paese ha davanti è una strategia perdente. Non perché sia sbagliato affrontare un problema alla volta, ma perché è perdente non avere un quadro generale, delle linee guida capaci di inquadrare i singoli problemi all’interno di una visione complessiva.
L’elemento chiave e guida del mio ragionamento è l’analisi di due profondi cambiamenti avvenuti nella società, avviati già da molto tempo, ma che nell’ultimo decennio si sono ormai consolidati. Il primo è la finanziarizzazione dell’economia globale; il secondo è il mutamento dei rapporti di forza tra l’Occidente e una parte consistente del Sud del mondo.
In Occidente, la finanziarizzazione si è sviluppata e prospera all’interno del “libero mercato”, inteso come un sistema nel quale la finanza può progressivamente estendere il proprio campo d’azione, spesso al di là di limiti e regole efficaci. La conseguenza è una “sete di investimento” delle grandi agenzie finanziarie che appare inesauribile; fra l'altroquasi tutte con base negli Usa, anche se ormai sembra avere poco senso assegnare una nazionalità alle poche agenzie finanziarie che contano. Questo comporta che una delle chiavi attraverso cui vengono condizionate le politiche dei Paesi nei quali la finanza esercita la propria influenza sia quella di lasciare spazio, in tutti i campi, all’intervento e alla gestione del capitale finanziario: sanità, assistenza, sicurezza, servizi, infrastrutture, politiche industriali, previdenza, cultura, istruzione, ecc.
Un governo, compresa la gestione politica dell’Unione Europea, che tenti di opporsi, anche solo parzialmente, a questo processo incontra quindi forti resistenze.
Mentre la finanziarizzazione in Occidente ha assunto queste caratteristiche, in altri Paesi, con la Cina come principale esempio, la politica e lo Stato tentano, sia pure con difficoltà e contraddizioni, di controllare, se non addirittura di guidare, questo processo. La Cina rappresenta oggi un esempio particolarmente significativo di questo tentativo. Una parte importante del suo successo economico, politico e, più recentemente, militare è legata alla capacità dello Stato di mantenere un forte controllo sul sistema finanziario, pur all’interno di un processo tutt’altro che privo di conflitti e contraddizioni.
Tutto questo non significa, ovviamente, proclamare “facciamo come la Cina”. Significa piuttosto avere un criterio con cui inquadrare e valutare le proposte politiche relative ai problemi nazionali: le banche, a chi appartengono e perché; sanità e previdenza, e il loro grado di privatizzazione; una politica industriale basata anche sul riarmo; la politica internazionale e il suo rapporto con gli interessi finanziari; la gestione delle infrastrutture e dei servizi; un sistema fiscale realmente progressivo e capace di intercettare le rendite finanziarie, ecc.
Ognuno di questi problemi, e i molti altri che il Paese deve affrontare, dovrebbe essere valutato anche in funzione di una domanda fondamentale: va nella direzione di una crescente subordinazione al potere finanziario oppure contribuisce a limitarne il potere e a restituire alla politica e allo Stato capacità di indirizzo?
Insomma, parafrasando quello che ha cantato Battiato, credo che si debba cercare un “centro di gravità permanente”. Io penso che si possa proprio nell'inquadrare tutte le proposte e le iniziative politiche nell’ottica di un controllo e una “sottomissione” della voracità della finnaza ad obiettivi di soddisfazione dei bisogni realin della popolazione.
Si può fare? Avrebbe successo? Non lo so, ma varrebe la pena provare!