Dopo il virus (3) (Terza parte. - Il lungo periodo. Come e cosa ricostruire?)


Ci ho pensato a lungo, ho cercato di leggere quello che si scrive sull’argomento ed ero molto in dubbio se scrivere questa terza parte dei miei “pensieri virali”.

I dubbi sono semplici:

1)    Ho letto tante cose belle e convincenti. Specialmente quelle pubblicate da Sbilanciamoci,organizzazione già nota per proporre ogni anno una finanziaria alternativa a quella governativa. Tutte le proposte provenienti da ambienti di sinistra basano le loro idee su due parametri, quello della sostenibilità ecologica e ambientale e quella della equità. In altri termini la costruzione di una società più giusta e più sostenibile. L’equità e la sostenibilità vanno ricercate è costruite sia nel funzionamento del mercato privato, cioè nella struttura produttiva e dei consumi, sia nell’azione dello Stato come fornitore di servizi sempre più ampi, nella sua azione di sostegno della popolazione più debole e di indirizzo del sistema produttivo privato.

2)    La situazione del dopo virus, anche se è difficile valutarne le dimensioni, vedrà compromessi tutti gli aspetti del nostro paese, quello demografico, quello economico, quello sociale, quello politico, quello psicologico e quello internazionale. Pensare di scrivere su come affrontare seriamente quella che sembra proprio una ricostruzione di sana pianta di un paese sembra un compito impossibile. Questa difficoltà è enorme perché anche isolare un solo problema, visto il carattere di interrelazione fra tutti gli aspetti, sembra impossibile.

3)    Ogni pensiero sui cambiamenti, specialmente quando questi sono radicali, dovrebbe essere accompagnato dall’individuazione dei soggetti (classi) sociali in grado di proporli e perseguirli. Bisognerebbe fare quella che era un tempo chiamata “analisi di classe”, cioè degli equilibri e delle contraddizioni fra le classi. In un momento come questo riuscire ad avere idee chiare su questo tema è difficilissimo, se non altro perché è molto difficile addirittura individuare quali siano attualmente le classi e quali parametri utilizzare per individuare, figuriamoci poi discuterne dei loro rapporti di forza. Comunque, per quanto sia complicato, ogni pensiero ideale sul futuro acquisterà forza , convinzione e credibilità solo se accompagnato da questa benedetta “analisi di classe”. Non solo, ma una volta che si fosse riusciti in qualche modo a capire la composizione di classe, il salto indispensabile sarebbe quello di capirne la soggettività e la capacità e la forza politica e organizzativa di condizionare il tipo di ricostruzione.

4)    Infine, il dubbio atroce sulla inutilità di fare discorsi così generali e astratti sul “come ti piacerebbe fosse la società futura”. È come pensare al rapporto d’amore e di coppia perfetto, senza tener conto che in genere bisogna sempre fare i conti con il secondo incomodo, cioè la necessità della reale esistenza dell’altra parte della coppia, che “sfortunatamente” ha una sua autonomia indipendente dai tuoi desideri.


Visto che ho cominciato a scrivere, come me la posso cavare? Come continuare?

Parlare del futuro, di ciò che avverrà o potrebbe avvenire non mi va, non mi riesce e non ne sono capace. Forse sarà mancanza di immaginazione e inaridimento culturale, oppure la lezione e delusione di tante illusioni giovanili, non lo so, fatto sta che non ne parlerò.

Quello di cui mi va di parlare e che proverò a condividere sono pensieri sul breve periodo che mi pare possano essere utili a suscitare pensieri sul lungo. 

L’idea è quella di capire se e come un avvenimento di tali proporzioni abbia la possibilità di far emergere contraddizioni, storture e malfunzionamenti della società in cui viviamo, ai quali eravamo assuefatti come sotto una sorta di anestesia sociale diffusa.

Vorrei cominciare confutando una lettura molto frequente nei media e sui social degli effetti della pandemia:

“Il Coronavirus è democratico, internazionalista, antirazzista, non fa nessuna discriminazione sessuale o di genere. Noi, esseri umani mortali, davanti al virus siamo tutti uguali, è una grande lezione che da questa disgrazia collettiva ci deve insegnare a costruire un mondo futuro, più uguale e più solidale. Sfruttiamo questa immane disgrazia per unirci come esseri umani per crescere e migliorare!”

A mio avviso questo tipo di lettura piena di retorica non solo è sbagliata, ma “pericolosa” in quanto quello da cui si dovrebbe partire è che non è vero niente, anzi è vero il contrario! Questa epidemia, come ci insegnano le esperienze storiche di altri disastri mondiali, è terribilmente discriminatoria, esalta e sfrutta tutte le ingiustizie e diseguaglianze che esistono in ogni società. Questo sia dal punto di vista sociale che personale, tendiamo infatti a diventare più cattivi ed egoisti e vedere sempre di più gli altri come nemici. Ne deriva che la pandemia colpisce in modo differenziato le persone, le classi sociali e i paesi, così l’uscita non sarà uguale per tutti, c’è chi perderà e chi vincerà.

Le segmentazioni esistenti in questo mondo giocheranno un ruolo determinante, probabilmente ci saranno aggregazione di paesi, classi sociali e persone che seguiranno criteri e regole nuove, ma che sicuramente entreranno in conflitti tra loro. 

Come sarà il nuovo mondo dipenderà da come saranno queste aggregazioni e da quali di queste uscirà vincitrice dal conflitto.


Proverò a dire la mia, dividendo l’analisi in tre parti: quella individuale, quella economica, quella internazionale.

1)    Effetto individuale. Che effetto ha avuto e avrà sulle singole persone aver vissuto e continuare a vivere con le restrizioni dovute alla presenza del virus? Questo è l’impatto più difficile da esaminare e ancor più difficile è capire se e come questo impatto possa effettivamente avere conseguenze a livello generale.
È possibile trovare un comun denominatore che riesca a caratterizzare l’impatto del virus sui singoli individui? Psicologi, sociologi e giornalisti tuttologi ci hanno provato e continuano a provarci. Il quadro che ne viene fuori è desolante, nel senso che nel migliore dei casi si tratta di luoghi comuni e banalità, tanto per riuscire a scrivere qualcosa; nel peggiore dei casi (il più comune) si tratta di voli pindarici e fantasie più o meno malate di persone seriamente disturbate psicologicamente o peggio ancora, in furbesca malafede.
Il problema è che le restrizioni e la quarantena vanno commisurate al tipo di vita che precedentemente si faceva e quindi al tipo e alla quantità dei forzati cambiamenti apportati. La casistica è quindi infinita e legata sia alle condizioni materiali e psicologiche di partenza, sia al modo in cui tali cambiamenti hanno influenzato la vita materiale e psicologica delle persone e al modo in cui tali influenze possono o meno portare a cambiamenti nel lungo periodo.
Partire dal personale può essere utile? Non lo so, ma vi propongo qualche sensazione che penso abbia più probabilità di costituire una esperienza superiore all’unità, cioè a me stesso. La mia sensazione di “classe di appartenenza” è quella relativa all’anzianità demografica da ultrasettantenne. l problemi che pone l’invecchiamento in una società sono ampiamente dibattuti, visto che l’Italia è uno dei paesi con il maggior peso di anziani nella popolazione. A parte le discussioni sui costi dovuti al pensionamento e quindi al dibattito sull’allungamento dell’età lavorativa che ci perseguita da parecchio tempo, ciò che sembra essere emerso in occasione della pandemia dal pensiero sommerso sempre esistente è quello relativo all’inutilità della vecchiaia. La relazione tra il fatto che i più colpiti dal virus siano gli anziani (la parte meno produttiva e più “costosa” della popolazione) e l’ovvio dilemma esistente tra difesa collettiva dall’estensione dell’epidemia e costo di tale difesa è evidente. A parte la posizione estrema di coloro che vorrebbero subito puntare sull’immunità di gregge (gli Erodi alla rovescia), è chiaro che, ogni livello di apertura in presenza del virus e senza vaccino, avrà un impatto comunque rilevante sulla vita e sulla sopravvivenza soprattutto degli anziani. È sicuramente vero che ciò sarà inevitabile, da qui la domanda: un’elevata mortalità prematura di anziani avrà un qualche effetto, oltre a risanare i conti INPS? Gli anziani sono veramente inutili? Ha senso diventare anziani con una qualità di vita spesso disgustosa? Quanto costa a una società l’aumento della speranza di vita? Sono tutti temi che credo diventeranno caldi, con tentativi, già in atto, di una contrapposizione generazionale i cui risultati non potranno essere che negativi. D’altra parte è ovvio che in una società individualista e parcellizzata l’anzianità improduttiva è un difetto di funzionamento, un intoppo. Sembra che soluzioni alternative a forme di eutanasia legalizzata non possano essere che improbabili ritorni a forme di famiglie semi patriarcali oppure a abbandono di ideologie individualiste a favore di concetti avanzati di collettività.

2)    Effetto economico. Avendo un passato da economista cerco di rimanere il più possibile informato su come gli economisti prevedono il futuro dopo il virus. Nell’ambiente si dice che ogni due economisti ci sono almeno tre pareri diversi, quindi non è facile classificare e sintetizzare le varie cose che si leggono in pochi gruppi. Rischiando la banalità, vi propongo una classificazione in tre categorie, alle quali è abbastanza facile accostare le posizioni politiche più rilevanti.
a) Un gruppo esiguo, ma con un importante seguito politico, è quello degli economisti che fanno risalire tutti i guai, passati, presenti e probabilmente futuri all’Unione europea e all’euro. In particolar modo essi si richiamano alla perduta sovranità monetaria che, iniziata col “divorzio” della Banca d’Italia, è stata completata dall’istituzione dell’euro. Molti dei loro argomenti in realtà sono convincenti più a causa dell’ottusità degli economisti mainstream, specialmente quelli al comando delle istituzioni europee, che per l’originalità delle loro idee.
I guai e le contraddizioni di questa posizione saltano fuori immediatamente quando si passa ad esaminarne le proposte concrete. In realtà queste nella maggioranza dei casi si limitano ad una sola: “usciamo dall’Unione europea e tutto si risolverà automaticamente”. La debolezza di questa affermazione appare evidente quando si esaminano, in modo più approfondito, le contrapposte basi ideologiche sottostanti dei fautori di tale approccio e che sono sia un neoliberismo antistatalista sfrenato, sia l’obiettivo di una rivoluzione social-comunista. I neoliberisti che sostengono tale visione sono i più contraddittori: infatti l’auspicato ritorno a una sovranità essenzialmente monetaria, ma anche spesso di isolamento dalla globalizzazione, è assolutamente in contrapposizione inconciliabile con la loro impostazione liberista da “più mercato, meno stato”. Questo fatto però non li turba assolutamente e continuano, impermeabili alle critiche, a porre un solo obiettivo salvi(ni)fico: “Italexit”. Più coerente è la posizione rivoluzionaria che ovviamente vede in uno stato fortemente interventista e dirigista, possibilmente controllato da qualcosa o qualcuno che si richiami al socialcomunismo, l’unica possibilità di riscatto. Quello che non si capisce e non è spiegato è come, perché e chi, in seguito all’abbattimento del giogo europeo, dovrebbe gestire la rinascita: insomma l’uscita dell’Europa dovrebbe essere la bacchetta magica per il cambio automatico di regime. Mi sembra difficile da ipotizzare, anzi il dubbio reale è che il confine fra questa posizione e quella di auspicare una società autoritaria o dittatoriale di destra sia molto esiguo e il pericolo sempre presente.
b) Il gruppo più numeroso, molto potente, molto coccolato e molto pubblicato e intervistato (in realtà sono gli unici economisti che vediamo in TV a discutere dei problemi economici, in contrapposizione a sindacalisti, giornalisti tuttologi, cantanti, ballerini, attori, ecc.) è quello degli economisti “ragionevoli”. Li etichetterei come “i possibilisti”, guidati dall’idea che ogni problema, anche quello più complesso, può essere facilmente, non solo superato, ma utilizzato per migliorare la situazione, solamente se si seguono le loro sensate e moderate indicazioni. Sono europeisti convinti, nel senso di accettare tutto quello che la Commissione europea propone, indipendentemente da ciò che propone, grandi oppositori ai “sovranisti” italiani, ma pronti ad accettare qualsiasi sovranismo tedesco o dei paesi del nord Europa. Sono per l’intervento dello Stato nell’economia, ma mai in contrasto con mai precisate leggi del libero mercato che, come si sa, è molto suscettibile e permaloso.
Trascurerei il fatto che le loro “indicazioni” sono molto spesso in contrasto tra loro ma soprattutto con altre indicazioni che in altri periodi le stesse persone hanno dato, quello invece che mi sembra evidente è che questi economisti hanno contribuito negli ultimi 20 anni in modo determinante e spesso in forme di comando molto elevate a gestire questo paese e i suoi indirizzi e problemi economici con i risultati che hanno portato alla situazione disastrosa che stiamo affrontando e di cui loro “finalmente” hanno la ricetta per la soluzione. Sarebbe interessante chiedere loro perché quello che dicono ora non l’hanno già fatto, visto che hanno gestito il paese, ma la loro risposta è ovvia: qualcun altro non l’ha voluto, e quel qualcun altro è da loro variamente identificato volta per volta (sindacati, industriali, corporazioni professionali, i “politici”, ecc.) a seconda dell’indirizzo politico del giornale a cui stanno rilasciando l’intervista. Questa categoria di economisti “ragionevoli” hanno gravi responsabilità sui guai del passato e probabilmente anche sui futuri guai del paese e purtroppo sono un esempio di come spesso la ragionevolezza porti a situazioni irragionevoli e dannose.
c) Infine c’è un terzo gruppo di economisti, esiguo e marginale soprattutto dal punto di vista del potere accademico e politico, “i sognatori”. Non si possono identificare in un’unica posizione ideologica, si va dai marxisti ai cattolici, dagli ecologisti agli ex sessantottini, insomma appartengono a quell’arcipelago di sinistra difficile da quantificare, ma che in ogni tentativo di contarsi nelle elezioni non ha mai raggiunto il 4%. Sono quelli che mi sono più simpatici e a cui ho accennato all’inizio. Sono dei “rivoluzionari moderati”, che si sforzano a immaginare come possa essere bello vivere in una società basata sui principi fondamentali dei diritti umani. Spesso cercano anche di immaginare come possa essere questa società, quali le strutture, quale il ruolo dello stato e del mercato, quali i principi che debbano guidare sia la politica che l’economia. Spesso è molto piacevole leggere i loro scritti, ma basta accendere la TV, andare sul posto di lavoro, girare in autobus o andare al mercato che ci si rende conto di quanto siano lontane le prospettive di costruire la società da loro auspicata. Il motivo è semplice: non si riesce a capire chi la vuole e può costruire. Ho l’impressione che ancora siamo molto lontani dal capirlo, perché la comprensione potrà avvenire solo e se qualcosa, nel senso di movimenti di massa, si muoverà e cosa si muoverà, non credo che questo sia prevedibile e non necessariamente potrà andare nel modo preferito e auspicato.

3)    Effetto internazionale. In un sistema mondiale fortemente interconnesso come quello attuale è praticamente impossibile analizzare avvenimenti, anche marginali, di un singolo paese senza inquadrarli all’interno del sistema globale geopolitico in cui il paese è collocato. Quando poi l’avvenimento, come in questo caso, coinvolge tutti i paesi in modo praticamente inarrestabile, allora l’elemento chiave per capirne la portata è quello di inquadrarlo all’interno degli equilibri mondiali e analizzarne gli effetti politici, economici e di potere in un’ottica di interdipendenza globale.
Questo è quello che andrebbe fatto, ma non lo so fare. Le cose che leggo in giro sono le più diverse, tutte o quasi convincenti, ma nessuna con un livello di credibilità accettabile da fare in modo che sia la preferita. Sono convinto che le forze in campo siano sempre costituite dai tradizionali raggruppamenti di paesi, le stesse del secolo scorso: Usa-Europa, Russia-Cina, paesi del Terzo Mondo. Ai rapporti e conflitti fra questi tre blocchi vanno aggiunte le contraddizioni all’interno dei singoli blocchi. Detto questo, l’elemento più importante di novità, rispetto agli equilibri precedenti il crollo del blocco sovietico, è che mentre prima i blocchi, oltre che politico-militari erano anche economici, attualmente le interconnessioni economiche superano gli schemi politici e seguono canali e reti con una logica che sembra indipendente dalla politica. In sintesi, sembra che la “geopolitica” segua regole indipendenti dalla “geoeconomia”. Ovviamente è irrealistico che ciò sia vero, una interrelazione fra politica ed economia è solo più difficile da indagare, anche perché è diventata più fluida e facile ai cambiamenti negli equilibri e quindi, mancando chiare regolarità e logiche, è molto complicata da ricostruire.
Detto questo è possibile immaginare come la pandemia possa giocare un ruolo negli equilibri internazionali? Credo che gli effetti della pandemia a livello internazionale siamo del tutto simili a quelli che la pandemia causa a livello nazionale, cioè con una battuta: i nodi e le contraddizioni vengono al pettine! Un fenomeno globale comune in una situazione diseguale e divisa mette in rilievo e fa risaltare le contraddizioni e quindi le risposte dei singoli paesi all’evolversi di tali contraddizioni. Ho molti dubbi che la crisi della globalizzazione dell’economia riporti, se non a politiche di tipo autarchico, a una significativa riduzione delle interconnessioni del sistema produttivo globale. La struttura produttiva di tutti i paesi ha così profondamente incorporato, sia dal punto di vista economico che tecnologico, questa interconnessione che un ritorno indietro mi sembra impossibile o poco probabile. Quello che invece reputo possibile, e alcuni segni vanno in questo senso, è un riequilibro di potere all’interno della globalizzazione. Dal punto di vista economico segni evidenti di un riequilibrio a favore del blocco Russia-Cina erano già presenti da alcuni anni. Questo processo fra tante contraddizioni è al momento inarrestabile e anche la pandemia sembra che tenda ad accelerarlo a favore del blocco cino-russo. Il destino dei paesi dell’Unione europea a mio avviso è legato al modo in cui riusciranno ad affrontare la crisi economica del dopo virus. Se, come oggi sembra probabile, le misure che utilizzeranno saranno poco più di quelle ordinarie già contemplate dagli accordi, l’Europa che uscirà sarà molto più debole sia per inevitabili spinte alla disgregazione dell’Unione e ai nazionalismi, sia a causa della predominanza dei paesi nordeuropei e dei loro interessi politici ed economici di breve periodo che la renderanno più debole e più propensa ad accordarsi di volta in volta col “maggior offerente”.
Ma quello che reputo interessante è l’impressione che la pandemia possa costituire un cambiamento anche dal punto di vista dell’equilibrio tra i rapporti internazionali di tipo politico e culturale. Mi riferisco a temi quali i diritti umani, la democrazia politica, il ruolo della collettività in contrapposizione ai diritti dei singoli. Sono temi delicatissimi, che coinvolgono principi di base di organizzazione della società e sui quali da troppo tempo ho l’impressione che non si rifletta in modo liberato da tabù legati alla cultura occidentale dominante.
Non è questa la sede per affrontare questi temi, ma provocatoriamente vi pongo questa domanda ”estrema”: di fronte a una pandemia tifereste per una società che permette di manifestare armati contro la quarantena o una società che la impone e reprime duramente chi non la rispetta? Ovviamente ci sono possibilità intermedie e più equilibrate, ma, a mio parere, sempre di più saremo posti di fronte a queste alternative e a furia di dover fare scelte dovremo, prima o poi, scegliere un modello di società in cui gran parte di queste scelte siano già incorporate nelle istituzioni che la guidano.


In questo terzo intervento relativo al futuro del dopo virus non sono riuscito a dire quello che penso e/o prevedo possa succedere. Il motivo è semplice: non lo so e, cosa ancor più grave, non riesco neppure a pensare chiaramente cosa mi piacerebbe che accadesse con la “ricostruzione”.

Potrei concludere tornando all’inizio del mio discorso dicendo: vorrei una società più giusta, in cui alle persone siano date tutte le migliori opportunità per vivere felicemente, ma credo che sarebbe un po’ ridicolo visto che no so dire: come, quando e chi la possa fare.