Virus (2)

Dopo il virus (Parte seconda: il breve periodo)



Difficile sapere quando si potrà tornare a una apertura ampia (80/90 %) delle attività produttive, dobbiamo ipotizzare che, quale che sia la durata, si sia riusciti a tamponare in qualche modo le esigenze più immediate di gran parte della popolazione e di un elevato numero di attività produttive.

Ipotizziamo cioè che (vedremo che non sarà indifferente il come) si sia riusciti all’obiettivo di conservare, se non intatto, almeno sopportabile economicamente e socialmente il blocco dovuto alla quarantena durante la fase pericolosa dell’infezione.

Questa ipotesi è determinante: infatti, in assenza di tale ipotesi, il breve periodo, quello della crisi pandemica in corso, diventerebbe assolutamente caotico e inimmaginabile e ogni tentativo di previsione non avrebbe nessuna base razionale su cui ragionare e quindi renderebbe inutile discutere di cosa poter fare dopo la crisi.

Detto ciò, tre sono i campi che nel breve periodo vanno analizzati: l’occupazione, la capacità produttiva e il settore pubblico e alla fine qualche ragionamento sul reperimento delle risorse


L’occupazione

È scontato che, anche dopo il cessato pericolo, un certo numero di attività non avranno alcuna possibilità di riattivarsi, neppure con gli aiuti. Proviamo a vedere quali possano essere i più colpiti.

La distribuzione. Mi riferisco in modo particolare alla piccola distribuzione e ad alcune realtà artigianali. È molto triste pensare a una forte accelerazione di un processo, che ormai sembra inarrestabile, di concentrazione delle attività commerciali. Nelle città e nella vita sociale del nostro paese il ruolo della distribuzione commerciale capillare e diffusa sul territorio ha caratteristiche storiche e strutturali legate alla nascita e alla vita delle città stesse. Una realtà di strade buie e vuote, senza negozi e senza passeggio nelle città e nei paesi italiani rappresenterebbe lo stravolgimento sociale ed economico della struttura storica della nostra convivenza. Ogni sforzo per limitare questo processo, contrastando i miti pericolosissimi e falsi della “libera concorrenza”, credo che vada fatto. 

Ciononostante, è indubbio che anche dopo la fine dell’epidemia il numero di disoccupati dovuta alla chiusura dei piccoli esercizi aumenterà. 

Le partite Iva. Sulle partite Iva va fatta una distinzione, che fra l’altro è recepita dal governo nell’erogazione dei sussidi di 600 euro: le partite Iva che hanno il supporto degli ordini professionali e le partite Iva “selvagge”. L’aumento di disoccupazione fra queste ultime partite Iva riguarderà principalmente le “false partite Iva”, che nascondono lavori precari o lavoro dipendente mascherato. Rappresentando la parte più debole del mercato del lavoro saranno i primi a pagare la riduzione di attività dei settori in cui più si fa ricorso a questo tipo di relazione lavorative.

Il turismo, il settore culturale e della divagazione. Per quanto riguarda i settori produttivi legati al turismo la possibilità di ripresa dell’attività dipenderà molto dalla durata della crisi, in particolare se questa avrà ancora un effetto notevole nel periodo di alta stagione turistica. Comunque, anche in questo settore si avrà un buon numero di disoccupati. Discorso a parte merita il settore culturale e della divagazione: questo settore è il più colpito durante la fase di quarantena e sarà anche quello che da ultimo potrà riattivarsi. L’assistenza dei lavoratori e delle imprese in questo settore durante il periodo di blocco deve essere indispensabile è da come e quando avverrà dipenderà la ripresa nel breve periodo. Solamente se il sostegno del settore nel periodo di crisi avverrà in modo sostanzioso, la ripresa sarà più facile e veloce: in questo settore la domanda è l’elemento chiave e pensare che ci possa essere nel breve periodo una forte ripresa della domanda non è lontano dalla realtà. Infatti la domanda di cultura, ricreativa e non, è molto segmentata ed è abbastanza indipendente dagli aspetti generali di ripresa economica. Il problema naturalmente potrebbe essere quello dell’offerta, cioè del capitale umano e produttivo del settore della divagazione e culturale nel caso in cui nel brevissimo periodo sia stato abbandonato, in questo deprecabile caso si potrebbe provocare una distruzione di capacità produttiva e una drastica diminuzione di investimenti materiali e umani nel settore con effetti disastrosi.

I settori industriali e agricoli. Nei settori industriali la capacità di riassorbire almeno il livello di occupazione preesistente dipenderà molto da fattori esogeni legati alla domanda interna e mondiale e, se il periodo di chiusura si prolungherà, a mancati investimenti e manutenzione. Anche se di difficile previsione, è realistico aspettarsi un aumento della disoccupazione. 

Il settore agricolo credo che sarà quello con minori problemi di occupazione, questo è in gran parte dovuto allo strutturale utilizzo di manodopera emigrata e in nero a salari molto bassi. Ampia parte settore agricolo sembra sopravvivere solamente grazie alla possibilità, ormai semi legalizzata, di sfruttamento di lavoratori immigrati e che, in questo caso, probabilmente permetteranno anche nel futuro un livello di occupazione costante.

In conclusione, per quanto riguarda l’occupazione, indipendentemente da quali politiche nel breve termine verranno adottate, è molto probabile un aumento e quindi la necessità di strutturare nel breve periodo politiche di assistenza e sussidi con una generalizzazione e allargamento di strumenti del tipo “reddito di cittadinanza”, rivolte non soltanto agli strati di povertà assoluta nel paese, ma anche all’impoverimento di classe operaia, classi medie e giovani.



La capacità produttiva

Vediamo ora il secondo argomento, quello della capacità produttiva. Ovviamente parallelamente all’aumento della disoccupazione si verificherà nel breve periodo una distruzione di capacità produttiva. Difficilissimo in questo caso prevederne le dimensioni e soprattutto immaginare politiche di contrasto.

Le dimensioni ovviamente dipendono dalla durata della quarantena e del blocco delle attività dei settori produttivi interessati. La distruzione di capacità produttiva può avvenire principalmente per due motivi: nel brevissimo periodo dalla incapacità dell’impresa di far fronte a impegni di costo fisso anche attraverso l’indebitamento agevolato o il sussidio temporaneo; nel breve periodo, alla ripresa dopo la quarantena, essenzialmente da problemi di domanda dovuti a perdite definitive di clienti e/o a diminuzione strutturale di domanda dovuta alla riduzione del reddito generale.

Questi due fenomeni interesseranno molto di più le imprese piccole e medie che, se coinvolte, spariranno dal mercato; però anche le grandi imprese potrebbero subire una notevole riduzione dii domanda e quindi ridurre capacità produttiva e occupazione.

Quali possano essere le politiche per minimizzare questi processi non è facile dirlo. Sicuramente in questo caso non saranno né utili né sufficienti delle politiche temporanee di sostegno e di sussidi; infatti la tenuta e la formazione di capacità produttiva, per definizione, implica aspettative di medio/lungo periodo di investimenti e redditività. Mi sembra che l’unico tipo di politica che possa aiutare le imprese private a contenere la distruzione di capacità produttiva sia quella della combinazione fra aumento della liquidità cioè facilitazione di accesso al credito e forti impulsi pubblici alla crescita della domanda interna, infatti la domanda estera è probabile che subirà una forte riduzione in un quadro di competitività estrema.


Il settore pubblico

A mio avviso il settore pubblico, sia quello produttore di servizi pubblici sia quello di produzione di alcuni beni “di mercato”, sarà la chiave di volta degli interventi di breve periodo.

Il ruolo del settore pubblico, superato il momento emergenziale attraverso sussidi, sostegni e agevolazione alle famiglie e alle, imprese può essere duplice, quello della creazione di domanda interna e quello della riappropriazione del controllo diretto o indiretto di parte dei settori produttivi. Entrambe queste funzioni vanno naturalmente coordinate: infatti nel breve periodo l’impulso alla domanda interna dovrà essere dato non solo da interventi diretti nel settore dei servizi pubblici, ma anche da interventi imprenditoriali all’interno di settori produttivi chiave che l’accettazione passiva di una globalizzazione selvaggia, aveva lasciato (spesso svenduto) nelle mani di rapaci multinazionali. Gli esempi che si possono fare sono tanti, ma basti pensare al settore dei trasporti, delle infrastrutture della comunicazione, al settore chimico e metallurgico. L’abbandono di controllo dei settori produttivi è stato poi accompagnato, come conseguenza, dal trascurare in modo drammatico il settore della ricerca, specialmente quella di base, con effetti drammatici sulla capacità di innovazione tecnologica indipendente.

La storia economica e politica italiana degli ultimi trenta anni ha spazzato via, dal punto di vista materiale, ma soprattutto dal punto di vista ideologico, ognuno di questi ruoli del settore pubblico. Quale sarà la capacità e possibilità dell’Italia di ribaltare completamente la dominanza dittatoriale delle ideologie liberiste e antistataliste è difficile dirlo, ma se non ne saremo capaci difficilmente il breve periodo non sarà caratterizzato da lacrime e sangue, non dell’Italia, ma degli italiani più deboli.


Il reperimento di risorse

Visto che qualsiasi intervento di breve periodo per una ripresa richiede risorse, aggiuntive rispetto alla capacità di tassazione, difficili da calcolare ex-ante, ma sicuramente elevatissime, la domanda immediata è: dove prendiamo i soldi per fare tutto ciò?

Nella prima fase, quella del periodo brevissimo, le risorse servono immediatamente e il loro reperimento e il modo di reperirle non è un gran problema. Probabilmente bastano alcune operazioni contabili all’interno del marasma dei conti pubblici per avere risorse di cassa immediatamente spendibili. I problemi vengono nel breve periodo che richiede interventi più strutturali e di somme più ingenti. 

Nel dibattito fra economisti e nel confronto politico internazionale su questi temi è molto difficile districarsi, un’opera di semplificazione del problema forse è necessaria, anche scontando critiche di superficialità.

Come ho scritto in un’altra occasione [Pensierini sulla crisi], un paese può recuperare nel breve periodo risorse monetarie aggiuntive, rispetto a quelle che la sua struttura fiscale permette, in due modi: stampando soldi o chiedendo prestiti.

Il nostro paese appartiene all’area dell’euro, l’emissione (stampa) degli euro non è più nelle possibilità della politica nazionale, ma è legata agli accordi internazionali che legano i paesi aderenti all’euro. 

Quindi per il momento scartiamo questa ipotesi. Non resta che l’opzione di chiedere presiti. 

In genere il modo “canonico” per un paese di chiedere prestiti è quello di emettere titoli garantiti dallo stato stesso. Anche all’interno dell’area europea questo può essere fatto offrendo agli investitori il saggio di interesse che gli investitori stessi scelgono confrontando le vari alternative di investimento in titoli. Di qui la possibilità di differenze di rendimenti (spread) fra i titoli di tutti i paesi e in particolare anche di quelli emessi nella stessa moneta, l’euro. Ecco la prima anomalia, a quanto io sappia unica nella storia della finanza pubblica, della possibilità di un diverso rendimento di un titolo, esattamente uguale nella scadenza e nella valuta, a seconda del paese che lo emette. Una follia che mina alla base la funzionalità della moneta unica.

Che sia una follia lo si sapeva dall’inizio, tanto che gli accordi dell’euro contemplano che si debba tendere a una livellazione dei parametri di indebitamento dei paesi, il famoso 60% di stock e il 3% di deficit sul PIL. Con l’idea che in questo modo si sarebbe raggiunta una eguaglianza nei rendimenti e un equilibrio della finanza pubblica: i famosi (famigerati) “conti in ordine” in tutti i paesi euro.

Nonostante da più parti sia stato subito chiaro e scritto che non solo erano parametri folli e inventati senza alcun senso economico e logico, ma anche che indicavano una assoluta incomprensione del ruolo della spesa pubblica nel sistema capitalistico, per “convincere” i paesi che la scelta di questi parametri fosse quella giusta li si accompagnava a politiche economiche sanzionatorie durissime nei confronti di chi non rispettasse queste clausole. Insomma da assurdi quei parametri diventarono verità assoluta. Si contemplò anche il fatto che un paese potesse trovarsi contingentemente in difficoltà e aver bisogno di risorse senza la possibilità o la convenienza di ricorrere al mercato dell’indebitamento pubblico. In questo caso era un organismo tecnico europeo, il MES, che sarebbe intervenuto concedendo prestiti, ma il risvolto era che il paese avrebbe dovuto la titolarità di guida della politica fiscale ed economica alla famosa troika (BCE, FMI, Commissione europea) che avrebbe avuto il compito di far trovare forzatamente risorse interne al paese per ripagare il debito e mettere “i conti a posto” (è quello che è successo alla Grecia).

Nell’attuale situazione la prima reazione della Commissione europea alla crisi del virus scoppiata in Italia fu quella di dire “sono affari vostri” se avete bisogno ricorrete ai prestiti del MES come fece la Grecia, poi dopo “facciamo i conti”! Ben presto la generalizzazione, anche a livello europeo, della pandemia cominciò a rendere meno impermeabili anche i cervelli della Commissione europea e della BCE. La BCE continuò e accelerò la politica di immissione di liquidità al sistema bancario e di attenuazione all’aumento dei tassi di interesse e dello spread attraverso l’acquisto di titoli di stato, la Commissione europea cominciò a pensare di poter ridurre la condizionalità distruttiva dei prestiti del MES e la introduzione di altri tipi di finanziamento a debito.

Ad oggi la situazione è che, nonostante tutto, i soldi si avranno ma si dovranno restituire e pagare gli interessi e, quale che sia il come, quando e quanto, ciò comporterà lacrime e sangue ai paesi più indebitati e l’Italia è uno di questi.

Esiste un’alternativa meno dolorosa? Sì, certamente, esiste ed è praticabile abbastanza “semplicemente", basterebbe cambiare gli accordi europei gettando in mare le clausole e i vincoli “sovranisti”, miseramente supportati da teorie neoliberiste, e sostituirli con nuovi accordi che indichino velocemente la strada per una gestione dell’economia dell’area euro europea di tipo federale. 

Un debito unico e federale (i Coronabond rappresenterebbero un primo passo) sarebbe il punto di arrivo che, accompagnato dalla trasformazione della BCE in prestatore di prima istanza come una normale Banca centrale, aprirebbe la via a una gestione comune della politica fiscale e all’inizio di un ruolo di “Stato europeo” a quella che sinora è stata un’unione basata solamente sull’equilibrio di potere tra vari nazionalismi di paesi fortemente differenziati.

Se questa “alternativa” possa o meno essere considerata un percorso politicamente percorribile non lo so, difficilissimo dirlo: essere scettici e pessimisti osservando quello che sta succedendo in questi giorni è la cosa più normale. Certo che la pandemia che ha colpito l’Europa, nel suo effetto distruttivo dell’economia e della vita delle persone, poteva essere un’occasione irripetibile per rendere consapevoli i popoli europei che il tipo di Unione europea sin qui proposta non era strutturata allo scopo di far vivere meglio le persone, ma principalmente per privilegiare le classi sociali e i paesi più ricchi. 

Ma questo è un argomento che tenterò di affrontare nella terza parte, quella relativa al lungo periodo dopo il virus.